Per anni una figlia versa oltre 2.000 euro al mese alla RSA in cui è ricoverato il padre, affetto da una grave forma di Alzheimer. Lo fa perché pensa che sia inevitabile. Del resto, tutti le hanno sempre detto che “la retta è a carico della famiglia”.
Poi, quasi per caso, scopre che esistono sentenze della Corte di Cassazione che, in determinate situazioni, affermano un principio molto diverso.
Scopre che, quando una persona necessita di un’assistenza sanitaria continua e le prestazioni sanitarie non sono concretamente distinguibili da quelle assistenziali, la richiesta di pagamento della retta può essere contestata e, ricorrendone tutti i presupposti previsti dalla legge e accertati dal giudice, il relativo costo può risultare integralmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale.
La domanda, allora, cambia completamente.
Non è più “quanto devo pagare?”, ma “sto pagando ciò che la legge mi impone davvero di pagare?”.
È una domanda che migliaia di famiglie italiane dovrebbero porsi.
Si parla molto delle RSA. Molto meno dei diritti delle famiglie.
Negli ultimi giorni si è tornati a parlare delle RSA per le lunghe liste d’attesa, la carenza di personale, i posti letto insufficienti e le difficoltà economiche del sistema.
Sono problemi reali, che meritano risposte concrete.
Esiste però un’altra questione, molto meno conosciuta, che ogni anno coinvolge migliaia di famiglie.
Molte persone pagano rette molto elevate senza sapere se, nel loro caso specifico, quelle somme siano realmente dovute.
Non sempre la famiglia deve sostenere il costo della retta
È convinzione diffusa che il ricovero in una RSA comporti inevitabilmente il pagamento di una quota a carico dell’ospite o dei suoi familiari.
Dal punto di vista giuridico, però, la questione è più complessa.
Quando una persona è affetta da una patologia gravissima, come una forma avanzata di Alzheimer, una demenza severa, una malattia neurologica degenerativa o un’altra condizione di totale non autosufficienza, l’assistenza prestata dalla struttura non consiste semplicemente nell’offrire vitto e alloggio.
Ogni attività quotidiana, dall’alimentazione all’igiene personale, dalla somministrazione delle terapie alla sorveglianza continua, è strettamente collegata alle condizioni cliniche del paziente.
In queste situazioni, la componente sanitaria assume un ruolo centrale.
La domanda decisiva è una sola
È davvero possibile distinguere ciò che è “sanitario” da ciò che è semplicemente “alberghiero”?
Molto spesso le RSA suddividono la retta tra una quota sanitaria, sostenuta dal Servizio Sanitario Nazionale, e una quota alberghiera, posta a carico dell’ospite.
Ma questa distinzione non può essere soltanto formale.
Deve corrispondere alla realtà delle prestazioni concretamente erogate.
Se, nel caso specifico, le prestazioni sanitarie e quelle assistenziali sono così strettamente collegate da risultare inscindibili, la legittimità della richiesta di pagamento della cosiddetta quota alberghiera deve essere attentamente verificata.
Ed è proprio su questo punto che, negli ultimi anni, si è sviluppata un’importante giurisprudenza.
Cosa dice la giurisprudenza
La Corte di Cassazione ha affermato che, quando le prestazioni sanitarie e quelle assistenziali costituiscono un’unica prestazione inscindibile, caratterizzata dalla prevalenza della componente sanitaria, la richiesta di porre la retta a carico dell’assistito può essere contestata.
Nei casi in cui il giudice accerti che ricorrono tutti i presupposti previsti dalla normativa e dalla giurisprudenza, il costo delle prestazioni può risultare integralmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale.
Non basta, quindi, che una struttura definisca una parte della retta come “quota alberghiera”.
Occorre verificare se quella distinzione sia effettiva oppure se rappresenti soltanto una qualificazione formale non corrispondente alla concreta situazione clinica del paziente.
Molte famiglie pagano senza sapere di poter verificare la legittimità della richiesta
Nella nostra esperienza professionale incontriamo spesso familiari che, già provati dalla malattia di una persona cara, iniziano a pagare la retta senza ricevere alcuna spiegazione sulla sua composizione.
Passano gli anni.
Le somme versate diventano decine di migliaia di euro.
Solo successivamente scoprono che la legge e la giurisprudenza prevedono strumenti di tutela che consentono, in presenza dei necessari presupposti, di contestare la richiesta di pagamento e, nei casi previsti, di ottenere anche la restituzione delle somme indebitamente corrisposte.
Naturalmente ogni situazione deve essere valutata singolarmente.
È indispensabile analizzare la documentazione sanitaria, le condizioni cliniche del paziente, il progetto assistenziale, la cartella clinica, le valutazioni dell’Unità di Valutazione Geriatrica e il modo in cui è stata determinata la retta.
Conoscere i propri diritti è il primo passo per tutelarli
Il dibattito pubblico si concentra, giustamente, sulla necessità di aumentare i posti nelle RSA e di investire maggiormente nella sanità.
Ma esiste anche un altro diritto che merita di essere conosciuto.
Quello delle famiglie che, per anni, hanno sostenuto costi molto elevati senza sapere che, in determinate circostanze, la legge potrebbe offrire loro una tutela.
Prima di rassegnarsi a pagare una retta particolarmente onerosa, vale la pena chiedersi se quella richiesta sia realmente conforme alla normativa vigente.
Perché il diritto alla salute non significa soltanto poter accedere alle cure.
Significa anche che il costo di quelle cure venga sostenuto da chi, secondo la legge, è effettivamente tenuto a farsene carico.


