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Nell’era digitale in cui viviamo, quanti tradimenti sono stati scoperti accedendo al profilo personale del compagno o della compagna su Facebook o scorrendo la chat su WhatsApp, piuttosto che su Skype.

Il tutto con una estrema facilità, anche perché, spesso, l’accesso è casuale, perché lui o lei si sono temporaneamente allontanati dalla postazione internet, oppure hanno lasciato lo smartphone incustodito sul comodino e questo si è l’illuminato all’arrivo di un messaggio. La tentazione è forte e la sbirciatina inevitabile.

La sofferenza di scoprire di essere traditi è invece immensa ma, superata questa, ripresa in mano la propria vita, aumenta il desiderio di vendetta. Nessuna punizioni fisica (non siamo uomini o donne violenti), ma vogliamo ottenere giustizia!

Ci rivolgiamo quindi dall’avvocato per chiedere di ottenere la separazione con addebito. “Ho anche le prove! Guardi!… Il mio coniuge però mi minaccia pensando di denunciarmi per violazione della privacy”.

Grande è la delusione quando invece il legale è costretto a spiegare che, spiando il profilo del marito o della moglie, ha violato la sua libertà personale, commettendo il reato di cui all’art. 615-ter c.p., ovvero quello di accesso abusivo al sistema informatico. Tale tipo di reato è molto grave perché punito con la reclusione fino a 3 anni e, nei casi aggravati, la previsione della pena della reclusione sale sino a 5 anni!

Tuttavia non disperiamo: non tutti i casi sono uguali ed esistono diverse possibilità di difesa.

In caso di dubbio, meglio non rischiare e chiedere un parere al proprio avvocato per evitare di finire, come si suol dire, “cornuti e mazziati” !

 

 

 

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